di Aaron Sorkin — USA, 2026, 114 minuti
Drammatico
Con Jeremy Strong, Mikey Madison, Jeremy Allen White, Bill Burr, Betty Gilpin.
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Trama
Benché creda nel proprio lavoro e nella "missione" di Facebook, l'ingegnere informatico Frances Haugen rimane incredula di fronte a evidenze degli effetti di Facebook sul comportamento umano. Sembra che la connessione tra l'algoritmo e la tendenza alla radicalizzazione sia ricorrente e tutt'altro che casuale: Frances decide di condividere i suoi sospetti con Jeff Horwitz, giornalista del Wall Street Journal in cerca di informazioni per assemblare un articolo che denunci i pericoli del social network. Tra titubanze e complicazioni, l'indagine dei due porterà alla luce scioccanti verità.
Recensione
A 17 anni di distanza da un'opera che ha segnato un cambiamento profondo nel linguaggio cinematografico come The Social Network, Aaron Sorkin torna su Zuckerberg e sul suo impero, in una sorta di sequel.
Non si racconta più la nascita di una piattaforma destinata a cambiare il mondo, ma la scoperta di ciò che quella piattaforma è diventata. Ispirato ai Facebook Files, l'inchiesta in sei puntate pubblicata dal Wall Street Journal nel 2021, il film segue la collaborazione fra la whistleblower Frances Haugen e il giornalista Jeff Horwitz, impegnati a portare alla luce le responsabilità dell'azienda rispetto agli effetti dei suoi algoritmi. Se allora l'oggetto di indagine erano le ragioni che avevano portato Zuckerberg a trasformare il rancore personale in modello di business, oggi l'intento è dichiaratamente politico. Come nel cinema americano anni '70 di Pakula, Sorkin vuole tirare le somme sui danni di Facebook e affrontare apertamente il vulnus inflitto dal social network al già compromesso tessuto sociale. Non a caso, infatti, si serve più volte del virus come metafora della rapidità e della pericolosità con cui l'algoritmo raggiunge i propri scopi servendosi degli utenti-vascelli umani. E la collocazione della storia negli anni che precedono e accompagnano la diffusione del Covid-19 rafforza (troppo?) il parallelismo. Differente per approccio e intento rispetto al predecessore, Sorkin concretizza la diversità di The Social nella caratterizzazione di Zuckerberg. Se Jesse Eisenberg aveva trasformato Mark Zuckerberg in un nerd logorroico, divorato dal risentimento e dall'urgenza di dimostrare al mondo il proprio valore, Jeremy Strong sceglie la strada opposta. Il suo Zuckerberg è un automa che ha allenato corpo e mente, un boss taciturno che sembra percepirsi onnisciente e immune all'inutile verbosità dei propri collaboratori. Il lavoro dell'attore si coglie nella postura rigida, nei pettorali malcelati sotto la T-shirt, nella studiata immobilità di un corpo che sembra aver espulso ogni residuo di spontaneità. Il protagonista di The Social Network era un ragazzo che costruiva la propria corazza davanti ai nostri occhi, quello di The Social è ormai arrivato alla sua forma definitiva: un sovrano della Silicon Valley che non ha più bisogno di alzare la voce per esercitare il potere. Il solo a incrinare questa maschera imperturbabile è Charlie, interpretato da Bill Burr, che ha il compito di sottrarre Zuckerberg alla rassicurante liturgia dei suoi assistenti e costringerlo a fare i conti con le contraddizioni del proprio impero. È in questi confronti che riemerge, per brevi istanti, l'antica rabbia del ragazzo di Harvard, sotto la superficie levigata del miliardario. E che fa capolino la contraddizione marcata tra media di ieri - tanto Charlie che Jeff incarnano la visione del reporter del giornalismo cartaceo con una ben precisa deontologia - e controparte digitale del presente, spesso arrogante e priva di conoscenze fondamentali. In un lavoro che - prevedibilmente, conoscendo Sorkin - si concentra sulla sceneggiatura, l'elemento più brillante è rappresentato dalla continuità di fraintendimenti e inciampi linguistici in cui cascano, imperturbabili, gli altrimenti geniali ingegneri di Facebook.