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RASSEGNA GIOVEDÌ DI QUALITÀ - 21 / 22 MARZO

Ride

di Valerio Mastandrea — Italia, 2018, 95 minuti
Drammatico

Con Chiara Martegiani, Renato Carpentieri, Stefano Dionisi, Arturo Marchetti, Milena Vukotic, Mattia Stramazzi, Walter Toschi, Giancarlo Porcacchia.

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Trama

Una domenica di maggio, a casa di Carolina si contano le ore. Il lunedì successivo bisognerà aderire pubblicamente alla commozione collettiva che ha travolto una piccola comunità sul mare, a pochi chilometri dalla capitale. Se n’è andato Mauro Secondari, un giovane operaio caduto nella fabbrica in cui, da quelle parti, hanno transitato almeno tre generazioni.

E da quando è successo Carolina, la sua compagna, è rimasta sola, con un figlio di dieci anni, e con una fatica immensa a sprofondare nella disperazione per la perdita dell’amore della sua vita. Perché non riesce a piangere? Perché non impazzisce dal dolore? Sono passati sette giorni ormai e per lei sembra non essere cambiato nulla. Nonostante gli sforzi, non riesce ad afferrare quello strazio giusto, sacrosanto e necessario a farla sentire una persona normale. Manca solo un giorno al funerale e tutti si aspettano una giovane vedova devastata. Carolina non può e non deve deludere nessuno, soprattutto se stessa.

Recensione

Carolina è vedova da una settimana e non riesce a piangere. Seduta sul divano, assorta in cucina, in piedi alla finestra, scava alla ricerca delle lacrime che tutti si aspettano da lei. Anche Bruno, il figlio di pochi anni che sul terrazzo di casa 'mette in scena' i funerali del genitore. Nessuno, nemmeno il padre e il fratello di Mario Secondari, giovane operaio morto in fabbrica, sembra riuscire a fare i conti col lutto. Tra un occhio nero e una nuvola carica di pioggia, Carolina farà i conti con l'assenza.

Ride, debutto alla regia di Valerio Mastandrea, è la cronaca della vita dopo.

Dedicato a chi resta, confronta melanconicamente una giovane donna con la perdita della sua giovinezza e del suo amore, la prepara a vivere veramente, a fare della morte che arriva improvvisa l'incessante condizione della sua sopravvivenza. 

Quello della protagonista non è però un lutto 'convenzionale', è un lutto bloccato, complicato. Perché come ogni altra esperienza emotiva, anche quella del lutto è soggettiva. Quieta, pratica ed efficientissima, Carolina attende tra il divano e il tavolo della cucina che le emozioni si facciano vive, che le lacrime arrivino copiose. Ma niente. La perdita del consorte, che sconvolge, scompagina e dissesta il modo di vedere il mondo, non si trasforma in lavoro. Il lavoro del lutto, la reazione adeguata all'esperienza della perdita. Al suo sentimento di doglio intimo fa eco quello sociale. 

Caduto in fabbrica, Mario Secondari è l'assenza che permette a Mastandrea di aprire una finestra collettiva su un dramma privato. A incarnarli insieme è il saldo Renato Carpentieri, padre in ambasce davanti all'inaccettabile morte del figlio. Ride tocca di sponda la tragedia di (una) classe (che non c'è più) e il conflitto generazionale, meglio, il reciproco sospetto delle generazioni da cui nascono le ferite che padre (Renato Carpentieri) e figlio (Stefano Dionisi) non riescono a risanare.

Valerio Mastandrea non trova però la maniera coerente di fare dialogare due assi narrativi che hanno in fondo la stessa ossessione: la morte al lavoro, la terribile e dolorosa precarietà di tutte le imprese umane. Nei movimenti a latere, il film incontra turbolenze improvvise e perde quota (la sequenza 'di piombo' della pistola), indeciso sulla rotta da seguire per guarire il trauma della perdita. Trauma che una moglie nega con una reazione anestetica, un figlio esorcizza volgendolo in recita e un padre elabora 'confiscando' il corpo (del reato) allo Stato. Confisca che disattiva deliberatamente l'aspetto politico e l'abiezione morale delle morti sul lavoro, diluendo di nuovo il film nel percorso elusivo e fantastico delle traiettorie intime. 

Ritornando sulle proprie premesse, Mastandrea offre la libertà ai personaggi di piangere. Di piangere meglio, di piangere finalmente sotto l'ombrello e una nuvola che scuote corpi pieni di lacrime. Recitare per Valerio Mastandrea significa da sempre 'mettersi in scena', con Ride ribadisce l'attitudine all'autofiction e fa un passo di lato. Non è più lui a incarnare la naturale laconicità esistenziale ma un alter ego femminile, che ha il volto e la semplicità limpida di Chiara Martegiani. 

Virtuoso dell'understatement sulla scena, l'attore non trova nella direzione la stessa misura e quella sottrazione di peso, su cui come Calvino ha sempre avuto "più cose da dire". Film di un attore sul mestiere dell'attore (la performance mimetica di Carolina che prova a riprodurre l'afflizione della ex del marito), Ride svolge in maniera singolare l'implacabile dialettica del dolore e disegna con altrettanta inusualità l'implosione interiore della sua protagonista. Tuttavia la voce del regista finisce per occupare lo spazio vuoto del suo spirito dolente e ingombrare un film dove ogni attore è proiezione dell'autore. A mancare è forse la giusta distanza, quella che ripara i personaggi e lascia andare gli attori.