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Rassegna di Qualità - giovedì 9 e venerdì 10 aprile

Nouvelle Vague

di Richard Linklater — Francia, 2025, 106 minuti
Commedia, Biografico, Drammatico

Con Guillaume Marbeck, Zoey Deutch, Aubry Dullin, Alix Bénézech, Côme Thieulin.

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Trama

1959. A Paris qualcosa sta cambiando per sempre il cinema! La Nouvelle Vague irrompe sugli schermi come un atto di ribellione: giovani critici diventati registi, pochi soldi, cineprese leggere e una libertà creativa che manda in frantumi le vecchie regole. I primi a colpire nel segno sono François Truffaut e Claude Chabrol, i cui film accendono l’entusiasmo della critica e trasformano un gruppo di appassionati dei Cahiers du cinéma nei protagonisti di una rivoluzione artistica.

All’appello manca però il più irrequieto della banda: Jean-Luc Godard. Tagliente, polemico, imprevedibile, Godard osserva gli amici fare il grande salto mentre lui resta ancora sulla soglia. Finché decide che è arrivato il momento di provarci davvero. Con l’appoggio del produttore Georges de Beauregard mette insieme un progetto audace, girato quasi senza regole, per le strade di Parigi e con un’energia completamente nuova.

Il risultato sarà À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro): un film ruvido, libero, rivoluzionario, destinato a diventare il manifesto della Nouvelle Vague. Un’opera che non si limita a raccontare una storia, ma cambia per sempre il modo di fare cinema.

Recensione

Chi continua a pensare che Richard Linklater sia semplicemente un regista texano con il cuore incline al romanticismo rischia di restare spiazzato. Con questo film, infatti, il regista americano dimostra ancora una volta quanto la sua cinefilia sia profonda, vorace e tutt’altro che prevedibile, firmando un affettuoso e vivace omaggio a uno dei momenti più incendiari della storia del cinema.

Al centro c’è la nascita di À bout de souffle, il film che nel 1960 cambiò per sempre le regole del gioco e consacrò Jean-Luc Godard come figura chiave della Nouvelle Vague. Per la prima volta alle prese con il francese e con un cast quasi interamente transalpino, Linklater si muove con sorprendente disinvoltura: osserva, racconta, si diverte. Non pontifica mai. Preferisce il tono leggero, ironico, quasi complice con lo spettatore.

La Parigi cinefila di fine anni Cinquanta prende vita con una ricostruzione accurata ma mai ingessata. Sfilano nomi leggendari – François Truffaut, Claude Chabrol, Jacques Rivette, Agnès Varda, Robert Bresson, Jean-Pierre Melville – incarnati da attori poco noti ma sorprendentemente efficaci nel restituire tic, gesti e personalità senza mai scadere nell’imitazione caricaturale.

Il volto più riconoscibile è quello di Zooey Deutch, che dà vita a Jean Seberg con sensibilità e misura, provando a restituirle complessità e contraddizioni oltre l’ombra lunga del suo tragico destino.

Certo, qualche semplificazione narrativa è inevitabile: la triade Godard–Truffaut–Chabrol viene ribadita più volte e alcuni riferimenti sembrano pensati anche per chi si avvicina per la prima volta a quella stagione irripetibile del cinema. Ma è un compromesso accettabile, quasi necessario, per mantenere il film in equilibrio tra racconto divulgativo e dichiarazione d’amore cinefila.

Il cuore del film, però, è altrove. Nella sceneggiatura ritorna più volte un’idea affascinante: immaginare ciò che non vediamo alimenta il mistero e il desiderio. Non a caso Linklater costruisce gran parte del racconto sul fuoricampo, sugli spazi tra una scena e l’altra della lavorazione di À bout de souffle. Ed è proprio lì che emergono i momenti più vivi: dialoghi rubati, frammenti di quotidianità, l’amicizia tra Godard e Truffaut, fatta di entusiasmo, complicità e inevitabili rivalità.

Senza inseguire manierismi o cerebralismi, Linklater sceglie la via più semplice e forse più difficile: raccontare una grande storia con naturalezza. Nel farlo riesce a catturare qualcosa dello spirito originario della Nouvelle Vague — quella leggerezza ribelle che voleva liberare il cinema dalle sue stesse regole. E se tutto sembra scorrere con disarmante semplicità, è proprio lì che si nasconde la vera abilità del narratore.