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RASSEGNA GIOVEDÌ E VENERDÌ DI QUALITÀ - 28/29 NOVEMBRE

Mademoiselle (V.M. 14)

di Park Chan-Wook — Corea del sud, 2016, 144 minuti
Drammatico, Sentimentale

Con Kim Min-hee (Lady Hideco), Kim Tae-ri (Sookee), Ha Jung woo (Il conte Fujiwara), Cho Jin-woong (Zio Kouzuki), Kim Hae-sook (Mrs. Sasaki).

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Trama

Corea, 1930; durante la colonizzazione giapponese. Sookee è una giovane donna che lavora a servizio presso la casa di Hideko, una ricca giapponese che vive reclusa in un enorme palazzo, sotto il controllo del tirannico zio Kouzuki. Sookee, però, ha in mente un piano segreto, che coinvolgerà proprio Hideko, da mettere in atto con l'aiuto di un truffatore che si fa passare per un conte giapponese...

Recensione

Corea, 1930. Sotto la dominazione giapponese della Corea, Sookee viene coinvolta nel complotto ordito dal (falso) conte Fujiwara, che mira al patrimonio di una ricca ereditiera nippo-coreana, Hideko. Sookee diviene la domestica privata di Hideko, ma ben presto tra le due donne nasce un'attrazione, che rischia di compromettere il piano di Fujiwara.

The Handmaiden si muove come spinto da forze centrifughe e quasi di senso opposto.

L'adattamento di un romanzo ambientato nell'Inghilterra vittoriana, Ladra (Fingersmith) di Sarah Waters, già oggetto di una trasposizione televisiva della BBC, a un contesto molto specifico come quello della Corea occupata dai giapponesi funziona solo in parte: lo sforzo di approfondimento di Park Chan-wook del complesso di inferiorità sudcoreano si arena sulla caratterizzazione macchiettistica di Cho Jin-woong nei panni di Kouzuki, personaggio centrale del plot che non va oltre il ritratto di un vecchio pervertito, con l'aggravante di un make-up evidentemente posticcio.

Park, preda di un'involuzione nel suo linguaggio che risale a tutto quanto girato dopo la trilogia della vendetta, sembra cercare di accontentare sia il target locale - schiavo di un'estetica patinata da "grande racconto" (qui articolato in tre atti e una manciata di finali e controfinali) - sia quello occidentale, con forti dosi di erotismo vicino a quanto propugnato da molte serie tv. Senza dimenticare che tabù come quello dell'amore saffico, illustrato in maniera esplicita, possono anche portare a facili Palme d'oro, come avvenuto di recente. L'ellisse, invece, figura retorica quanto mai sottovalutata, per il regista sudcoreano rimane un'illustre sconosciuta. Park è schiavo della necessità di spiegare tutto, fin nei minimi termini: sia esso un colpo di scena, sia esso il movente di un'azione aberrante. Al caso (e alla immaginazione dello spettatore), purtroppo, non rimane niente.

E l'impressione è che in una messa in scena opulenta e ricca di dettagli, sia solo il particolare esteriore a colpire e a catturare l'attenzione del cineasta: il rischio di un cinema-tappezzeria, vuoto involucro estetizzante, è molto più di un pericolo concreto. Park non interroga lo spettatore, né pare interessato a farlo, su nessuna delle questioni che implicitamente sfiora: né sulla guerra dei sessi costantemente in corso in una società post-confuciana, né sul simbolismo sessuale alla base dell'autoritarismo nipponico.

Le contorsioni sessuali, le piovre tentacolari e allusive o l'immancabile sequenza di tortura sanguinolenta restano tutt'al più specchietti richiama-allodole o firme autografe di un regista che ha un disperato bisogno di ribadire e certificare la propria identità smarrita anni prima. Della profonda indagine di Park sugli angoli più oscuri dell'animo umano resta solo un effimero spot.

Recensione tratta da MYmovies.it