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Prima Visione - da sabato 17 gennaio

La grazia

di Paolo Sorrentino — Italia, 2025, 131 minuti
Drammatico

Con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano.

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Trama

Mariano De Santis, il Presidente della Repubblica, è a fine mandato; è infatti entrato nel semestre bianco. Vedovo da otto anni della moglie Aurora che gli manca sempre tantissimo, cattolico e autore di un manuale di diritto penale definito come l'Himalaya K3, ha due figli: Dorotea, giurista come lui, è sempre al suo fianco e gli controlla sempre i pasti per un'alimentazione sana; Riccardo, musicista (ma non di musica classica come lui aveva sperato) vive a Montréal. In questi ultimi mesi del suo incarico, scopre anche il suo soprannome, "Cemento armato".

Ma soprattutto si trova davanti a due dilemmi morali. Il primo riguarda la richiesta di grazia per Isa Rocca che ha fatto fuori il marito nel sonno dopo essere stata a lungo maltrattata e per Cristiano Arpa, che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. Il secondo: non sa se firmare o no la legge sul diritto all'eutanasia. Sono dubbi che lo tormentano, assieme a un passato che più volta riaffiora e di cui cerca di scoprire delle verità nascoste.

Recensione

"Que reste-t-il de non amours?" In La grazia, l'undicesimo lungometraggio di Paolo Sorrentino e il settimo assieme a Toni Servillo, non c'è tanto lo slancio alla Truffaut che aveva utilizzato il brano di Charles Trenet in Baci rubati. Ma il titolo di quella canzone sembra quasi uno sfondo ricorrente per un film che potrebbe comporre l'ideale trilogia sul tempo perduto dopo È stata la mano di Dio e Parthenope.

In La grazia ci sono dei legami indissolubili che durano da anni (l'amica Coco Valori), la presenza di fotografie, ricordi del passato, ma soprattutto l'immagine della moglie del Presidente che cammina nei boschi. Forse un flashback, forse una visione, forse un sogno, forse tutte e tre le cose. Nei primi piani su Servillo il passato scorre continuamente sui suoi occhi accanto alle questioni scottanti (grazia, eutanasia) che deve cercare di risolvere prima della fine del suo mandato. Nel suo volto si avverte il senso opprimente dell'attesa simile a quella di Titta Di Girolamo in Le conseguenze dell'amore. In più il suo ruolo istituzionale alternato, anzi sovrapposto con la sua dimensione privata, richiama le figure di Giulio Andreotti in Il divo e Silvio Berlusconi in Loro. Le parole del Papa, di colore, che si muove in scooter in uno dei movimenti riconoscibilissimi del cinema del regista, lo mettono davanti a un bivio: "Il passato è un peso, il futuro un vuoto".

La grazia non è però un film sulla nostalgia ma sulla memoria che riaffiora nelle parole, nei pensieri, nelle cose che non si sono fatte, nel rapporto con i figli, in particolare Dorotea, dove risalta l'ottima prova di Anna Ferzetti. Nei primi piani, negli sguardi (o nell'illusione degli sguardi) in macchina ci può essere sempre il rischio, la tentazione di una caricatura grottesca che diventa ancora uno dei tanti, possibili modi, per comporre una galleria umana. Ma, nel corso degli anni, il cinema di Sorrentino si è sciolto, non si nasconde quando parla d'amore in tutte le sue forme (desiderio, possesso, ricordo) incrociandosi più volte con la morte: Isa Rocca, la donna che ha richiesto la grazia, che ha ucciso il marito forse perché l'amava troppo; il legame di Mariano con Aurora che li tiene legati per sempre anche dopo la scomparsa della donna.

La grazia è infatti un film pieno di lacrime. Si comincia con il dettaglio sul volto di Isa e poi ci sono quelle di Coco in macchina, di alcuni dei componenti del suo staff che lo salutano a fine mandato, di Dorotea e Riccardo in videochiamata e soprattutto dell'astronauta, proprio con il dettaglio della lacrima in evidenza. In più ha alcuni momenti emotivamente contagiosi, come quello bellissimo del canto degli alpini, esempio questo di nuove direzioni che esplora il cinema di Sorrentino.