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Rassegna di Qualità - 22 e 23 gennaio

I colori del tempo

di Cédric Klapisch — Francia, 2025, 126 minuti
Commedia

Con Suzanne Lindon, Philippine Leroy- Beaulieu, Cécile de France, Vincent Perez, Vassili Schneider, François Berléand, Julia Piaton, Sara Giraudeau.

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Trama

Nella Francia di oggi, un gruppo di sconosciuti viene riunito in quanto discendente di Adèle, donna di fine ottocento che dalla Normandia era partita alla volta di Parigi in cerca della madre che l'aveva

abbandonata. Dovendo ispezionare la casa in rovina di Adèle per decidere cosa fare della proprietà, gli emissari del gruppo - Guy, Céline, Seb e Abdel - mettono insieme pezzo dopo pezzo il lontano passato della loro famiglia. Parallelamente, durante la Belle Époque, Adèle si avventura nella grande città assieme ai nuovi amici Lucien e Anatole, scoprendo una capitale nel vortice del cambiamento, tra zone ancora rurali e i salotti della borghesia moderna, e tra le arti figurative e l'avvento della fotografia.

Recensione

Un riuscito esercizio di cinema popolare che - solcando tra le epoche - mette in connessione le frustrazioni del mondo moderno con una visione idealizzata della mistica ottocentesca.

Nel mezzo, un gioco di specchi che riflette sul valore dell'immagine (dipinta o fotografata) e sugli intrighi affettivi che si fanno segreto dei grandi momenti di svolta della storia francese. Leggero e sornione, sempre ammiccante ma mai stucchevole; l'equilibrio è delicato ma nelle mani di Cédric Klapisch c'è la garanzia di una carriera intera votata alla ricerca del piacere del grande pubblico. In fondo anche chi non ne ricorda il nome conserverà memoria del grande successo de L'appartamento spagnolo, dei relativi seguiti oppure, prima ancora, di Aria di famiglia. Con La venue de l'avenir, il regista francese ritrova uno smalto che gli mancava da un po', dirigendo con brio un grande cast corale (tutt'attorno a Vincent Macaigne c'è una carrellata di figli d'arte, specialmente della nuova generazione a partire da Suzanne Lindon, e chissà che non sia una strizzata d'occhio ai temi del film) che si rincorre dalle taverne di una Montmartre fin de siècle ancora campagnola fino ai mosaici digitali di una riunione su Zoom, passando per la prima mostra dei pittori impressionisti raggiunta da viaggi nel tempo psichedelici grazie a un trip di ayahuasca.

Il filo rosso che attraversa la vicenda è quello dei legami familiari e di una certa suspense genealogica, ma altrettanto importanti per Klapisch (come sempre alla sceneggiatura con Santiago Amigorena) sono i rapporti esterni che ci si sforza di stabilire con persone nuove, e che forse, chissà, saranno suggellati di fronte a una strada che una sera si illuminerà di una tecnologia nuova. I cliché, si sarà capito, abbondano; eppure il film possiede un'energia gioviale che gli permette di giocare con il prevedibile e di aggiungere tasselli su tasselli in un parossismo di riferimenti culturali, rimanendo però divertente. È del resto una festosa celebrazione del progresso e dei suoi artisti, e della nozione stessa di arte nella sua accezione più vasta e popolare - quella che contribuisce alla coscienza
collettiva anche senza partecipazione diretta. Il risultato è un feel-good movie consapevole di sé.