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Apericinema - Sabato 16 maggio ore 17.30 - proiezione + aperitivo

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo

di Simone Manetti — Italia, 2026, 105 minuti
Documentario

Con Claudio Regeni, Paola Deffendi, Alessandra Ballerini.

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Trama

"Giulio Regeni stava facendo un legittimo, chiaro, sacrosanto lavoro di ricerca. Punto. Può succedere che in un regime autocratico, dopo un colpo di Stato, anche la ricerca costituisca una minaccia". Lo ha affermato, un po' teatralmente, testimoniando di recente in tribunale, Marco Minniti, Ministro degli Interni all'epoca del sequestro e omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, nato nel 1988 a Fiumicello Villa Vicentina (Udine) e ritrovato cadavere il 3 febbraio del 2016 alla periferia del Cairo.

Quella dell'ex ministro è l'unica punta di pathos di Giulio Regeni - Tutto il male del mondo, che evita accuratamente di cavalcare l'indignazione dello spettatore ma mette in fila i fatti, senza commenti che non appartengano ai genitori di Regeni e le testimonianze di politici e funzionari italiani dei servizi segreti chiamati a deporre nel processo in Corte d'Assise presso il Tribunale di Roma, iniziato nella primavera del 2024.

Recensione

Due binari corrono paralleli: da una parte la voce e la richiesta persistente, obtorto collo anche molto mediatica, di Paola Deffendi, Claudio Regeni e della loro avvocata Alessandra Ballerini. Dall'altra il percorso processuale, celebrato in assenza dei quattro identificati come esecutori del rapimento, tortura, omicidio, tutti alti funzionari delle forze di sicurezza egiziane: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi e il maggiore Magdi Ibrahim Abedal Sharif, il cui nome torna in una conversazione privata ascoltata in Kenya dal Testimone Gamma.
Tra questi due filoni, si inseriscono diversi materiali d'archivio, per lo più filmati in bassa definizione, da dispositivi come telefoni cellulari, a ricordare il sapore, la grana, del contesto politico della vicenda, occorsa cinque anni dopo le rivolte di piazza Tahrir (2011). La piazza "della liberazione" da cui sono arrivate in tutto il mondo le immagini della destituzione del presidente Mubarak, in carica da tre decenni, la primavera araba, l'affermazione di Abdel Fattah al Si si, la speranza di un vero cambiamento che non è arrivato.

Nel 2015, per una ricerca commissionatagli dall'Università di Cambridge, si era trasferito al Cairo per raccogliere informazioni sui sindacati degli ambulanti egiziani. A causa delle sue connessioni con l'ambiente viene identificato, localizzato, pedinato dai servizi segreti e da loro informatori, erroneamente schedato come spia straniera. Infine, sequestrato e torturato da agenti che lo interrogano per strappargli una verità frutto della loro paranoia. E restituiscono il suo corpo martoriato, montando inverosimili moventi, puntualmente confutati dalle indagini. A otto anni dal suo ritrovamento è iniziato il processo celebrato in Italia, attualmente sospeso per una questione di legittimità costituzionale e che si auspica nel 2026 porti a una sentenza di primo grado.

Diretto da Simone Manetti (Sono innamorato di Pippa Bacca, Marta - Il delitto della Sapienza, Il giovane Berlusconi), scritto da Matteo Billi ed Emanuele Cava, prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto di Ganesh e Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango, Giulio Regeni - Tutto il male del mondo è più di una semplice ricostruzione, serrata e logica, di un caso di violazione dei diritti umani, peggiorata da una serie vergognosa di omertà, falsità, omissioni, depistaggi. Ha un respiro più ampio - un'anima più limpida, come l'atteggiamento dei due genitori, che in questi anni abbiamo imparato a (ri)conoscere per la misura, la civiltà e la compostezza del loro chiedere verità e giustizia. Soprattutto sotto questo aspetto il film rende onore al desiderio di conoscenza del ricercatore, perché puntando i riflettori su una dittatura militare fa procedere di pari passo la vicenda individuale di un occidentale ucciso, senza che ci siano ancora dei colpevoli, con le proteste degli egiziani che denunciano il regime autocratico da cui sono oppressi.

Nel restituire i fatti, chiama in causa diversi esponenti politici italiani e le loro promesse non mantenute, illumina gli equilibrismi tra corso delle indagini e relazioni diplomatiche dettati da interessi economici nel Mediterraneo. Spingendosi anche oltre: già dalle prime mosse, sorprende con un utilizzo strategico degli archivi, sia audio che video. Il primo, una registrazione video presa di nascosto da Mohamed Said Abdallah, rappresentante degli ambulanti e suo primo traditore, nel quale a sorpresa ci troviamo davanti proprio Giulio Regeni, seduto nella semi oscurità davanti a un tè, in quello che dovrebbe essere un appuntamento di lavoro ed è invece il tentativo dell'intelligence di inchiodarlo come spia e una prova agli atti che invece dimostra il contrario, ne rivela l'intenzione subdola.